Montagna: se i turisti sono invadenti, gli animali si fanno più notturni

Sulle Alpi, così come in molte altre zone montane del mondo, si ripete spesso un solito copione: un tempo abitate e ospiti di attività agricole e di pastorizia; poi abbandonate per concentrarsi nelle città; e infine riscoperte dal turismo di massa. Nel frattempo, però, piante e animali si sono ripresi i loro spazi. Uno studio tutto italiano, allora, si è posto la domanda e ha trovato la risposta: se le zone di montagna diventano molto frequentate dai turisti, gli animali diventano più notturni.

Una ricerca lunga 7 anni
Pubblicato lo scorso 10 gennaio sulla rivista “Ambio”, lo studio è stato condotto dal MUSE (Museo delle Scienze) di Trento, dall’Università di Firenze e dal Servizio Faunistico della Provincia di Trento.
A partire dal 2015 e fino al 2022, i ricercatori hanno sistemato ogni estate 60 fototrappole in vari punti all’interno e nei dintorni del Parco Naturale Adamello-Brenta. Nell’arco di 7 anni hanno raccolto più di 500.000 fotografie, che hanno poi analizzato per rispondere ad una domanda: qual è la frequenza di passaggio di esseri umani rispetto a quella di altri animali?
Troppi turisti in montagna? Gli animali diventano più notturni
Le immagini parlano chiaro: il 70% delle foto analizzate ritrae esseri umani. Il tasso di passaggio di persone è 7 volte superiore a quello della volpe, la specie più comune della zona, e 70 volte rispetto a quello dell’orso. E i risultati non sono molto diversi fra le fototrappole messe all’interno o all’esterno del Parco.
In generale, tutte le 8 specie considerate (orso, cervo, camoscio, capriolo, tasso, volpe, lepre e faina) rispondono alla stessa maniera: se la frequenza di turisti in montagna si fa alta, questi animali adottano comportamenti più notturni, in modo da evitare gli incontri con le persone. Orsi, cervi e camosci vanno anche oltre, perché scelgono di evitare sempre e comunque le aree più frequentate.

Lati negativi, lati positivi e soluzioni
I lati negativi di queste reazioni sono una maggiore difficoltà di movimento per gli animali, una regolazione non ottimale della temperatura corporea, e la ricerca di cibo in aree meno produttive. Fra i lati positivi, gli animali imparano a evitare le aree più frequentate e, nonostante tutto, la loro presenza nella zona rimane stabile.
In nome di una convivenza ancora più equilibrata, però, secondo i ricercatori potremmo fare qualcosa anche noi. Nei periodi dell’anno più delicati, per esempio, tipo quelli dell’accoppiamento o delle nuove nascite, si potrebbe limitare l’accesso ad alcune aree dei parchi naturali.
