Nanoplastiche, individuate tracce di inquinamento anche al Polo Nord e Sud

Nanoplastiche non è ancora, forse, oggi un termine particolarmente noto, ma ciò non impedisce a questa forma di inquinamento di avvelenare il pianeta. Un nuovo studio ha, infatti, rivelato che essa non risparmia nemmeno le zone più remote del mondo. L’allarme per la pericolosità delle nanoplastiche per uomo e natura è altissimo e limitare i danni sembra, purtroppo, tutt’altro che semplice.

Cosa sono le nanoplastiche?
Le nanoplastiche rappresentano per il pianeta una minaccia. Esse sono costituite da tutti quei frammenti di plastica di diametro inferiore al micrometro e, dunque, ancora più piccole delle microplastiche. Tali particelle, di dimensioni tanto ridotte, risultano estremamente volatili e possono, quindi, essere trasportate da semplici agenti atmosferici, anche a grandi distanze. Il loro impatto sulla salute di uomo ed ecosistemi non è stato ancora del tutto compreso, ma la preoccupazione sulla loro capacità di infiltrarsi nei tessuti è concreta. Sono in corso indagini su infiammazioni respiratorie e intestinali a esse collegate e il fatto che siano state trovate tracce di nanoplastiche anche in feti abortiti non lascia ben sperare.
Lo studio sulle nanoplastiche
Le nanoplastiche sono state di recente al centro di uno studio pubblicato in Environmental Research. I ricercatori hanno analizzato dei campioni della calotta glaciale della Groenlandia, arrivando a una profondità di 14 m, e del ghiaccio dell’Antartide. Entrambe le analisi hanno rivelato la presenza di questo tipo di inquinanti. Nel ghiaccio della Groenlandia metà delle tracce erano di particelle di polietilene, attribuibili al degrado di borse e imballaggi. Frammenti di pneumatici e di polietilene tereftalato, derivante da tessuti e bottigliette, erano, però, solo poco meno presenti. Per l’Antartide i risultati si sono rivelati simili, ma la polvere delle gomme risultava quasi del tutto assente.
Un’emergenza
I nuovi dati sulle nanoplastiche rendono fin troppo evidente quanto intervenire sia una necessità. Durante le analisi i ricercatori hanno certificato che alcuni frammenti si trovavano nel ghiaccio da più di 50 anni. Gli ecosistemi sono, dunque, esposti a tale forma di inquinamento da tempo. Data l’elevata tossicità delle particelle i potenziali rischi di un’interazione così prolungata non devono essere sottovalutati. La situazione sembra, per altro, destinata a peggiorare. Ogni anno vengono prodotte circa 240 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica nel mondo e solo il 9% di essi viene riciclato. Migliorare sulla circolarità è, di certo, fondamentale, ma dei provvedimenti coerenti per uno stile di vita plastic free rimangono una priorità.
Siamo abituati a considerare l’inquinamento da nanoplastiche come problema del nostro tempo, ma oggi sappiamo che la nostra opera di avvelenamento del pianeta è iniziato da decenni. Tergiversare non appare più un’opzione. Forse la prossima volta che butteremo una bottiglietta d’acqua nel cestino, pensare che un frammento di essa rischia di essere ritrovato tra anni al Polo Nord potrebbe aiutare.
