Enorme buco in Antartide: il mistero delle «polinie» giganti

Più grande dell’Olanda, qualcosa come una manciata delle regioni più grandi d’Italia. Sono queste le dimensioni del buco in Antartide, comparso gli scorsi giorni. È il secondo anno che si ripresenta questo fenomeno, conosciuto dagli scienziati come polinie, letteralmente delle voragini tra i ghiacci, ma mai prima d’ora si era presentata così estesa. Un quarto dello stivale sembra essere scomparso tra i ghiacci e nessuno sa il motivo.
Non è la prima volta
Se non fosse stato per i satelliti che fanno la guardia alle enormi banchise di ghiaccio del gelido continente non l’avremmo mai vista, tanto è distante dalla costa - potete osservarlo nell’immagine qui sotto. Eppure è il secondo anno che il fenomeno si ripresenta e se a grande linee il meccanismo è conosciuto non ci si spiega esattamente quale possa essere l’origine.
Il termine polinia infatti si indica una zona di acqua marina completamente circondata dalla banchisa ed è stata più volte osservata dagli scienziati. Il fenomeno è stato spiegato con una corrente di acqua calda allineata con un preciso punto della superficie, sotto i ghiacci, qualcosa che capita spesso tra Canada e Groenlandia.
Ma qui si parla di oltre 80000 chilometri di estensione, un buco in antartide comparso per la prima volta probabilmente negli anni ‘70, ricoperto e sparito per oltre quarant’anni, fino all’anno scorso. Nonostante la cronologia ormai relativamente più fitta gli scienziati non riescono a trovarne l’origine. Qualcuno è corso velocemente alla conclusione che sia stata colpa del cambiamento climatico, ma gli esperti dicono che è troppo presto per potersi esprimere con sicurezza.
Quel che è certo è che le polinie in Antartide possono cambiare l’intero clima globale, ghiaccio sciolto vuol dire temperature più basse, che a loro volta causano contrasti più accentuati tra la temperatura atmosferica e l’oceano. Questa differenza può innescare dei meccanismi viziosi per cui le voragini diventano ogni anno più estese. Di positivo rimane un fatto però: rispetto alla sua prima osservazione oltre quarant'anni fa abbiamo un’enorme quantità di dati da analizzare, questa volta forse potremmo trovare una risposta in tempo.
Fonti: motherboard.vice.com - focus.it - NASA/University of Bremen - National Geographic
